Questo racconto breve del mondo aziendale è tratto da una serie di piccole e grandi storie vere in cui ciascuna racconta anche un pezzo di me.

Quante volte vi è capitato di essere definiti come dei manager “aggressivi”?

Personalmente faccio ancora fatica a capire se questo tipo di definizione è una questione che riguardi la persona specifica o la sua posizione di manager.

La questione è delicata e neanche tanto rara. Infatti dai miei ricordi, potrei dire che la storia nasce dai tempi della scuola, inizio anni ottanta in cui c’erano ancora i “collettivi”. Si discuteva animatamente per difendere i propri ideali e, per farti sentire ancor prima di farti valere, dovevi salire sulla sedia e urlare a tal punto che potevi anche rischiare di apparire leggermente aggressiva (all’epoca i microfoni scadenti che avevamo funzionavano a stento).

La situazione era che nel mentre avevi trovato il coraggio per parlare, salire sulla sedia a urlare senza cadere e scendere dalla sedia senza danni dopo aver faticosamente espresso la tua sentita opinione ecco che ti trovavi praticamente sola.

Le amiche si dileguavano e solo lo sparuto spasimante e un paio di amici ristretti e l’amica neanche tanto del cuore rimanevano li con te a discutere. Per loro era diverso. Mentre il gruppetto si confrontava, magari anche animatamente per qualcosa che era sentito come davvero importante, ma per gli altri no. Per queste persone era quella che oggi definiremmo sostanzialmente aggressività, qualcosa che era sostanzialmente sconosciuta, certamente maligna e andava assolutamente isolata. Questa era la prassi per questo tipo di situazione.

Io stessa ne ho viste parecchie di scene diverse ma uguali in cui, nel pieno fervore di una discussione spontanea in piazzetta o negli spogliatoi, ecco che è subito tardi, c’è già un altro impegno e la gente va via.

Ora sono qui, sono passati anni e le persone sono cresciute. Eppure di nuovo lo so, lo sento che la stessa scena sta per ripetersi. E vi assicuro che non è il film di Fantozzi e neanche “il Diavolo veste Prada” – che mi piace già di più!

Siamo in azienda, la mia, ed è il momento di certificare il raggiungimento degli obiettivi e ricevere la valutazione che ciascuno aspetta con grande trepidazione. E’ il momento in cui mi gioco il bonus, la promozione, il passaggio tanto atteso e desiderato. E’ il grande riscatto verso il futuro che davvero voglio e sento di realizzare.

Entro in ascensore e pigio il bottone dell’ultimo piano: l’ufficio del Direttore.

Le porte si schiudono ed entro.

Che bello l’ufficio del capo, luminoso e accogliente. Che meraviglia, oggi mi sembra anche più bello. Mi accomodo sulla poltroncina rigorosamente di pelle rosso sobrio, mi sembra luminosa pure quella.

Il capo restituisce la valutazione a uno dei suoi manager per il bonus di fine anno, e tra poco tocca a me.

“Buongiorno Giovanna come sta?”

“Benissimo Direttore, oggi sono un po’ emozionata ma sono contenta di essere qui.”

“Bene lei è un grande manager e sono certo che tutto andrà per il meglio.”

“Iniziamo?”

“Iniziamo!“

Certo che il Direttore è proprio vestito bene oggi: giacca e cravatta, camicia bianca e gemelli… un vero figurino. Peccato per il capello incolto e troppo lungo per me.

“Allora cara entriamo subito nel vivo. Io qui leggo che hai un team stanco e che si lamenta dei tuoi modi. Cosa c’è?

Mi dicono che “pretendi” l’esecuzione di alcune attività importanti senza considerare il reale possibile apporto del team per raggiungere il risultato richiesto. Aggiungo che purtroppo nella valutazione 360°, introdotta quest’anno, l’aspetto “aggressività” emerge anche da parte dei tuoi pari grado.”

La stanza inizia a colorarsi di grigio e vedo il mio capo che parla e fatico a sentire in modo chiaro. Sarà un calo di pressione e sarà bene che mi dia una sveglia.

Mi riprendo e noto che il Direttore ha ripreso la questione in modo diverso.

“Comunque, voglio che tu sappia che in generale sono molto soddisfatto dei risultati che hai raggiunto. Sei riuscita a superare le difficoltà in modo brillante, applicando soluzioni utili che hanno permesso di accelerare il processo di lancio sul mercato dei nuovi prodotti che per l’azienda sono strategici. Tutto questo nonostante le difficoltà che hai incontrato e le richieste aggiuntive che durante l’anno hai dovuto soddisfare. Brava.

Peccato davvero però che, come ti avevo anticipato prima, sulla parte “people” siano emerse parecchie lamentele sul tuo modo di porti, che in effetti definirei proprio “aggressivo,” e che ti svantaggia parecchio.

Bisogna fare qualcosa. Nello specifico il team dice che sei troppo direttiva e fatichi a comprendere i carichi di lavoro che assegni e a conciliarli con una reale fattibilità. I tuoi collaboratori si sentono obbligati a fare straordinari e salti mortali, in nome del raggiungimento dei loro obiettivi. I tuoi colleghi, invece, dicono che la prima risposta che dai è sempre “No”, che sei sempre seria, concentrata sul lavoro e che non hai nemmeno il tempo di andare a bere un caffè con loro.

In effetti posso capire che tu abbia parecchi fronti aperti, ma ti avverto che questo tuo atteggiamento gioca contro di te.

Cosa ne dici? Come ti ritrovi in questa valutazione?”

Nel silenzio ora ho freddo e mi sento imbarazzata. Ma dove sono capitata? Accuso il colpo, vorrei urlare e mi trattengo.

Respiro profondamente e rispondo: “Ho portato i risultati che mi avete chiesto, non mi avevate spiegato che dovevo essere anche simpatica, pendere il caffè ogni ora e magari mettermi pure a parlare dell’Inter.

Che cosa posso dire che già non si sappia soprattutto per quanto riguarda il team? Possibile che non riescano a capire che io li difendo sempre? Mica è colpa mia se ogni tanto devo usare le maniere forti per farmi ascoltare. Loro lo sanno che abbiamo obiettivi ambiziosi e che sono i risultati a pagarci lo stipendio.

Con i colleghi invece trovo che sia un po’ diverso e mi sento delusa. Durante l’anno mi hanno fatto numerose richieste francamente imbarazzanti, che mai mi sarei aspettata da persone di quel livello nell’organizzazione. Possibile che neanche loro riescano mai a capire la complessità della mia situazione e le reali difficoltà per venire incontro alle loro esigenze? Glielo devo spiegare io? E poi, cosa diavolo significa “aggressivo”? E tu come la pensi? E’ un modo diverso per dirmi che non avrò il bonus?”

Esco dalla stanza affranta e l’ascensore vorrei si fermasse.

Mi siedo alla scrivania, ma sono assente.

Mi risveglia il “tin” della nuova mail arrivata. E’ l’annuncio del bonus.

Vedo il mio Capo che ora attraversa il corridoio, mi sorride e passa oltre.

Ora è dal Direttore HR e noto con la coda dell’occhio che parlano. Uno in piedi con le mani appoggiate sulla sedia, mi sembra che esprima profonda preoccupazione.

Anch’io mi sento preoccupata! Vorrà tenermi buona finché l’HR non troverà qualcuno con cui sostituirmi. E’ chiaro che vuole un manager aggressivo. Ma – uffa! – cosa vorrà poi dire essere aggressivi? Passione è aggressività? Dedizione è aggressività?

Cosa dovrei fare?

“Intanto salutarmi e chiedermi come sto!”

“Ciao.”

“Mmmmm che pessima cera che hai, stai bene?”

“Si.”

“Successo qualcosa?”

“Si. Il capo mi dà il bonus e tra un po’ il benservito….o ha già incaricato te di questo?”

“In effetti so che oggi è stata una giornata difficile. Ho visto il tuo Capo e mi ha confidato il suo grande timore di perderti. Sa che questa storia dell’aggressività rischia di prendere pieghe diverse e teme che tu te ne vada. Sa anche che queste tue modalità rischiano di diventare ingiustificabili e penalizzarti anche nei risultati di lungo periodo.

Che ne pensi di aggiungere al tuo bonus in denaro anche un bonus extra per un percorso di sviluppo specifico. In particolare ho pensato all’executive coaching che vedrai, ti aiuta senz’altro ad affrontare la situazione diversamente e a cogliere i frutti del tuo lavoro con maggiore facilità e anche il tuo team sarà contento di lavorare con te e insieme produrrete dei grandi risultati.”

Lo guardo attonita e con una meraviglia che inizia a trasformarsi nel sorriso pieno di emozione e gratitudine.

Immediatamente gli chiedo quali siano in specifico i temi e l’obiettivo per il quale un manager come me dovrebbe affidarsi a questo strumento così innovativo e poco conosciuto in azienda. Lui mi spiega esattamente cosa significa aprire una conversazione di coaching, come si differenzia dagli altri percorsi di supporto e sostegno manageriale e insieme andiamo a prendere il caffè.

E’ passato un anno da quel giorno e ho partecipato alle prime sei sessioni di coaching e mi sento sinceramente libera di lavorare con i colleghi e collaboratori in modo partecipativo nel pieno rispetto di me e di loro. Ho riflettuto, ho trovato le soluzioni che erano già dentro di me, ho attivato una relazione adulta con me stessa ancor prima che gli altri. Sono parecchi i benefici reali e profondi che ogni volta avverto nuovi e che pratico in un continuum crescente di grandi soddisfazioni.

L’aggressività è certamente un campanello d’allarme che è utile cogliere. È l’evidenza della nostra importanza. Il nostro potenziale che, come dice Roberto Assaggioli, fa di tutto per uscire anche contro la nostra stessa sciocca o inconscia volontà di tenerlo dentro.

Non vedo l’ora di iniziare un nuovo percorso e acquisire nuovi strumenti. Ho il gusto della scoperta, il profumo della leggerezza e vedo il mondo colorato e luminoso intorno a me.

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